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Day #6 – Providence & Brown University

novembre 10, 2015

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Oggi a Providence è una giornata splendida, un cielo azzurro di quelli delle migliori giornate primaverili ed estive, un colore così pieno ed intenso che ti mette di buonumore se mai non lo fossi. Ed anche la temperatura che, comunque, è diminuita per gli standard stagionali, segna sul termometro 14 gradi centigradi. Assolutamente piacevole.

Questa mattina sono uscito alle 08.30 con Susan, la proprietaria del B&B. Abbiamo fatto lo stesso percorso in autobus da Pawtucket, dove risiedo, a Kennedy Plaza da dove prenderò un bus per il Campus di Providence. Piccola parentesi sul nome del luogo dove risiedo, Pawtuchet. Vi posso garantire che, per quanto mi sforzo nel metterlo a mente e provare a pronunciarlo, è più forte di me, è decisamente impronunciabile, almeno per me.

Arrivo in anticipo a Kennedy Plaza punto del mio cambio per Providence College e mi infilo in uno Starbucks che conosco per esserci già stato. Mi prendo uno small cappuccino e mi siedo a scrivere un po’ delle mie giornate americane. Mentre sono seduto gustandomi il mio small cappuccino (buono come sempre), mi guardo intorno cercando di rubare con gli occhi qualcosa che posso portarmi dietro di queste giornate americane. Avere la possibilità di poter vivere questa esperienza, ti arricchisce per quello che vedi e che fai, non solo per il basket ma anche come crescita personale come uomo.

Il mio scrivere e pensare è intervallato da qualche telefonata con mio figlio Matteo che mi segue passo passo in questa mia esperienza USA. Matteo è un “drago” del computer. E’ lui l’artefice di quello che leggete, lui la mente “occulta” che ha pensato di strutturare il sito per come lo vedete. Ogni tanto mi fa qualche rimbrotto perché non gli invio le info e le foto nei tempi dovuti e con le giuste didascalie ma è comprensivo perché sa che non sempre coincidono i nostri tempi e che la mia mente non è certo come la sua (per sua fortuna…).
Mi muovo per andare a Providence. Il bus mi lascia proprio davanti la main entrance del Campus. Ma lì non c’è la fermata, c’è solo la cortesia del driver che, capita la mia provenienza extra states, mi ferma proprio li davanti. Thank you, sir. Have a good day.
La strada ormai la conosco. Attraverso parte del campus per arrivare al centro che ospita la palestra e gli uffici dove ho appuntamento con Kevin Kurbek, il DBO.
Nell’attraversare il parking, mi imbatto in una “plate” che riporta “RESERVED, head men’s basketball coach”. Quando dici, nulla è lasciato al caso.
Sono un po’ in anticipo ed aspetto in uno dei corridoi della struttura. Mentre sono lì, sento una voce femminile che dice “Ehi Marco, how are you doing?” E’ la Head Coach della squadra femminile Susan Robinson Fruchtl. L’avevo conosciuta questa estate a Roma nel loro tour italiano. Sicuramente l’aveva avvisata il suo assistente Dan Durkin (gran persona). Abbiamo fatto quattro chiacchiere e mi ha invitato al suo allenamento del pomeriggio. Ci siamo salutati e ho raggiunto l’ufficio di Kevin Kurbek.

Kevin mi vede ma è in una riunione dal coach Cooley. Gli faccio segno che lo aspetto e che non c’è problema. Dopo 10 minuti arriva e mi fa accomodare nella sua stanza.
Inizia il mio “interrogatorio” a Kevin. Lui si occupa di tutto quello che riguarda la squadra, meno gli aspetti tecnici di pura competenza del capo coach e dei suoi tre assistenti. Kevin nel suo ruolo di DBO, non può partecipare al recruiting, altra cosa di assoluta pertinenza dello staff tecnico. Mi spiega che le regole Ncaa sono molto rigide e che nessuno intende violarle. Kevin ha responsabilità diretta su circa 15 persone ma, come dice lui, “lavoriamo insieme”. Lui dipende direttamente da coach Cooley e dal direttore del dipartimento sportivo. E’ un “triangolo” molto solido di interscambio continuo tra i tre. Le sue pertinenze riguardano la scheduling practice, organizzazione dei viaggi (aerei, bus, hotel), scambio dei video con le altre università, presenza e partecipazione agli allenamenti ed alle riunioni dello staff, attenzione alla vita sportiva di studio e privata (incluso alloggio ed alimentazione) dei giocatori, tenendo sotto controllo il livello dei risultati scolastici. Per Kevin è sempre stare sul filo sottile delle sue competenze e dell’invadere la privacy. Ma qui i ragazzi, anche se maggiorenni, sanno perfettamente che chi si interessa di loro come Kevin, non lo fa per ficcare il naso ma solo per aiutarli nel miglior modo possibile.
L’università fornisce 12 “scholarship” (borse di studio). In realtà ne potrebbero sfruttare 13 che è il massimo permesso dalla Ncaa ma loro preferiscono tenersi una scholarship di riserva, in caso durante la stagione ci sia uno studente che gradisce trasferirsi da altro College a quello di Providence.
Come dice lui, il suo lavoro è un po’ da allenatore, un po’ da manager e fondamentalmente è attento all’organizzazione dei dettagli per tutto quello che riguarda la squadra. Il suo è un lavoro congiunto con altri 6/7 assistenti del direttore del dipartimento. A riguardo dei viaggi, mediamente la squadra quando va in trasferta è composta da 30 unità (!). Prossimamente, prima dell’inizio della stagione regolare, andranno a disputare un torneo a Los Angeles ma partiranno solo in 19. Questo torneo essendo a cavallo del “Thank’s Giving”, avrà un seguito di familiari e fans. Kevin per suo piacere e cortesia, si occuperà della logistica anche di questi aggregati, dovendo gestire circa 45 stanze da prenotare, oltre i biglietti aerei. Al ritorno, il viaggio sarà con un charter, considerato, tra l’altro, che i ragazzi il lunedì hanno lezioni. Rientreranno con il charter la domenica subito dopo la partita. Come mi ha detto, non è normale che lui si occupi anche delle persone aggiunte. Nelle grandi università, esiste un dipartimento che svolge queste funzioni.
Oltre gli aspetti diretti della squadra, Kevin è coinvolto in tutto ciò che è necessario al miglioramento del dipartimento. Oggi aveva una importante riunione per la costruzione del nuovo dipartimento dedicato alla sezione Men Basketball. Un giochetto di 2 milioni di dollari che dovrebbe essere pronto per settembre 2017. Per questi rinnovamenti, è necessario fare “fundraising”, trovare risorse economiche. E qui si va dall’ex studente donatore, all’imprenditore locale che fa sponsor o dona, ai fans ed alla local people che vedono la squadra di Providence come la loro franchigia NBA. A Providence non ci sono squadre professionistiche e l’unica squadra che viene seguita in città è proprio quella dei Friars. La squadra gioca in un impianto in downtown con una capienza di 15.000 posti.

Mi diceva del fundraising. I vari donatori hanno ovviamente delle agevolazioni per essere degli “sponsor” dell’Università. In base al livello delle loro donazioni, hanno una serie di facilitazioni. Dai posti al palazzo per le partite in casa, alle fotografie con il coach ed i giocatori, alla partecipazione per invito a cena, manifestazioni, party, alla possibilità di stare con la squadra anche in trasferta, alla possibilità di partecipare ad un torneo della squadra al Madison Square Garden essendo “ospiti” dell’Università.
Caro Kevin, non so quale sarà la tua prospettiva ed ambizione futura ma, qualunque essa sarà, per le tue competenze ed esperienza, sarai pronto a tutto. Good luck, Kevin.

Kevin mi mette a disposizione un Graduate Assistant, Anthony Notar che mi farà da Cicerone per visitare il Campus. Anthony è un ex studente che ormai fa il Graduate Assistant con la squadra. Si occupa di tutte quelle cose che possono sembrare superflue ma estremamente necessarie allo svolgimento degli allenamenti. Mi accompagna a visitare la palestra che già avevo visto, la sala medica e fisioterapica, la sala muscolazione di solo accesso agli atleti che è all’interno del centro fitness dell’Università alla quale hanno accesso tutti gli studenti. La biblioteca, la mensa, il bar, lo store del merchandising.Poi mi accompagna dall’Associate Athletic Director, Arthur Parks.

Il Direttore ha sotto controllo circa sette persone che fanno un po’ di tutto, dai rapporti con la stampa e la televisione, al branding, fundraising, ecc., alla cura del sito della squadra e della loro stella Kris Dunn, probabile scelta NBA nei primissimi posti. Mi spiega che non è facile gestire la situazione di Dunn. Da una parte porta pubblicità all’Università, dall’altra si deve essere molto attenti nel saper gestire nel migliore dei modi questa situazione.
La sua sezione segue 19 squadre ma lui direttamente segue la squadra di basket maschile perché è quella che dà le maggiori risorse all’università. Segue le squadre anche in trasferta ma solo per i play off. In modo semplice, ha responsabilità amministrative e di relazioni con gli organi di informazione. Saluto e ringrazio il Direttore Parks che mi accompagna nuovamente in ufficio per l’incontro con coach Cooley.

Coach Cooley fino a che non ci parli, non ti dai coscienza di chi veramente sia. Mi fa accomodare nel suo ufficio e ci sediamo in salotto. Il tavolo che ci separa è basso ma particolare; un tavolo circolare con il campo da basket e le pedine circolari come giocatori. Tante cose alle pareti come la foto dietro la scrivania per i successi della sua carriera. La porta del coach rimane aperta e come mi spiega, tra le tante cose, la sua porta è sempre aperta.
Coach Cooley quando lo vedi in campo ti può dare l’idea di un coach “demanding” ed in effetti lo è. Ma sa anche dosare il suo essere esigente, con la singolarità del saper vivere e condividere un “funny moment”, saper ridere. Il Coach ti dà l’idea di un “guru”, uno che non deve raccontarti o vendere nulla, se non quello che è. Una persona semplice, disponibile, educata, concreta per quello che è la quotidianità della vita. E non si sente assolutamente una star e non te lo fa avvertire minimamente.
La prima cosa alla quale tiene, è che da estrema importanza al rapporto relazionale con lo staff ed i giocatori. Mi dice che lui in una settimana, 5 giorni su 7 mangia con lo staff. Ogni giorno si reca almeno una volta in ogni ufficio del suo staff. Con loro parla di tutto, della famiglia, delle mogli, dei figli, della loro quotidianità oltre quello che è il lavoro. E’ una sorta di social inclusion. Si definisce persona onesta, chiara, ottimista, entusiasta, share enthusiasm and emotion. Ha valori di gratitudine, apprezzamento, in sintesi “core values”. Per lui è importante cosa siamo noi come persone.
Con lo staff ha un rapporto assolutamente aperto. Chiede sempre le loro opinioni, si fanno tante domande tra di loro per preparare al meglio le partite. Come obiettivo vuole costruire una mentalità vincente che possa aiutare a vincere. Nello staff ci deve essere equilibrio, ci vuole la giusta chimica, il mix è una grande zuppa…Lui ascolta tutti, sente tutto ma poi deve anche prendere decisioni personali. Comunque tiene molto al fatto di proteggere i suoi assistenti e prendere sempre lui le responsabilità di quello che fanno. Si comporta insomma come un umbrella.
Ci sono dei punti salienti per lui che rispondono allo sviluppo dei giocatori, avere leadership, essere leader, all’essere uomo, marito, padre.
La squadra di questo anno è una “under size” per competere ad altissimo livello. Il coach quindi ha applicato una filosofia per questa stagione e cioè che dovranno essere una delle squadre più veloci del torneo.
Essere coach significa essere preparati per cogliere quel momento…ogni cosa che possiamo fare per prepararci ad essere i migliori…non lasciare che una partita se ne possa andare…we win all !

Coach Coley sei una gran bella sorpresa. In mezzo giro di lancette, mi hai dato delle perle di saggezza. Grazie di averti conosciuto.

Esco dal meeting con Coach Cooley felice, per aver conosciuto una gran persona prima ancora che un grande coach. Se non fossi venuto in America a fare questo Colleges Tour, mi sarei perso di conoscere una bella persona come Coach Cooley. Come si dice, l’esperienza vale il pagamento del biglietto. Ed io neanche ho pagato per ascoltarlo…

Davanti la porta di ingresso degli uffici del basket, passa coach Jeff Battle, uno degli assistenti di coach Cooley. Per chi non lo conosce, questo signore è quello che è stato fondamentale per la crescita di Chris Paul, scusate! Mi chiede della mia esperienza qui ed altro. Disponibile e cortese, mi accompagna a salutare il suo amico coach Dan Durkin, assistant coach della squadra femminile.

Come entro nell’ufficio del basket femminile, mi imbatto in una giocatrice spagnola di Valencia. Non potevo togliermi il piacere di scambiare quattro chiacchiere in spagnolo, lingua alla quale sono sempre affezionato e che parlo con piacere. E mentre parlo con la spagnola, si inserisce un’altra ragazza, questa però madre lingua italiana, più precisamente bolognese. Un siparietto dei più simpatici che si potesse immaginare, tra lo stupore della segretaria, del capo coach Susan e dell’assistant Dan, in questo frame di misture linguistiche.

Dan è un’altra bella persona. Mi aveva fatto un’ottima impressione a Roma quando l’ho conosciuto questa estate. Gli avevo parlato del mio interesse nel College Basket e lui mi aveva dato le sue riflessioni a riguardo su come e cosa avrei dovuto fare e pensare. Un’altra di quelle persone che ti parla schietto, senza giri di parole.
Dan mi fa accomodare nel suo ufficio. Ci siamo fatti una piacevolissima chiacchierata, come vecchi amici che non si vedono da tanti anni. Parlato di tutto, dai loro quattro tempi di gioco di questo anno, all’impossibilità di abbassare per le donne i canestri per ragioni di business, agli aspetti filosofici e sentimentali del nostro sport, alla zone press. La figura di Dan è per me strana, nel senso di assoluto positivo. Mi infonde fiducia oltre che rispetto come per chi sai che può darti qualcosa nell’ascoltarlo e condividere con lui un pensiero.
Ma Dan, come vi dicevo, oltre che un Coach, è un uomo vecchio stile. Terminata la piacevolissima chiacchierata, mi accompagna fin fuori dal Campus, abbracciandomi e salutandomi una persona che fa da sempre parte della sua vita.
Per essere una Persona con la P maiuscola, non hai bisogno di titoli o storia alle spalle. Basta essere se stessi, come nella semplicità e spessore di Dan. See you soon, my man.

Avevo mandato un messaggio a Mike Martin, coach di Brown, dicendo che avrei ritardato il mio arrivo a Brown University per fare quattro chiacchiere. Mike, nonostante impegni con la moglie, mi dice che mi aspetta. Arrivo nel suo ufficio e mi fa accomodare. Gli racconto qualcosa della mia mattinata a Providence ed ovviamente gli dico di come sono stato colpito in positivo da coach Cooley. Mi dice che in tanti lo dipingono con gli stessi bei colori che ho usato io.
Mike mi dice un po’ del suo modo di lavorare. Anche a lui piace coinvolgere il suo staff. Gli piace stare con loro, incontrarli, chiedergli i loro pensieri, ascoltare le loro idee.
I suoi tre assistenti, hanno obiettivi chiari sui quali lavorare: recruiting, players development, scouting of opponents.
I tre assistenti inoltre si dividono 5 giocatori a testa per quello che è il lavoro individuale, analisi video, vita quotidiana.
Mike spende tanto tempo con gli assistenti per parlare di recruiting nelle High School, per parlare dei loro ragazzi, per parlare di attacco e difesa. Ma poi le decisioni finali spettano ovviamente a lui.
Mike crede fermamente che si devono scegliere i focus sui quali concentrarsi. Non si può fare tutto e per questo la sua squadra, che non ha centri dominanti e giocatori magici nel gioco di post up, svilupperà la sua forza basando molto sul tiro da 3 pts. Nelle ultime due gare, hanno tirato 29 e 36 tiri da 3, circa il 50% del totale tiri.
Mike tende ad incoraggiare tutti in allenamento, a sviluppare questa attitudine nell’essere capaci di scoccare un tiro da tre. Ci vorrà lavoro e tempo ma questa sarà la strada.
Anche nel recruiting, Mike enfatizza la ricerca verso giocatori con spiccate doti da 3 pts.
Ringrazio Mike per la disponibilità ed il tempo che mi ha dedicato. Non mi scorderò dell’avermi permesso di partecipare ad allenamenti, partita,riunione video, meeting coaches.
Grazie Mike, veramente gentile, apprezzo.

Mi fermo a parlare con Ted Rawlings, il DBO di Brown.
Ted è molto giovane e questo a Brown è il suo secondo anno come DBO. Come gli dico io, comunque lui vale già un record per l’Università di Brown. E’ il primo DBO della storia di Brown. Il suo lavoro è al 90% di carattere amministrativo ma lui si sente 50% amministrativo e 50% tecnico.
Lui rappresenta quella che si può definire una sorta di “umbrella” per tutto e tutti. Lui si occupa di schede di allenamento, plan travel, bus, flight, hotels, si coordina con il collega avversario, quando giocano fuori casa.
L’aspetto del recruiting non è cosa di sua permanenza se non, nel momento che lo staff gli fornisce dei nomi, lui si attiva con l’High School, per avere notizie di carattere basilare. Dati tecnici, scolastici e personali del potenziale giocatore di Brown. Successivamente, il potenziale giocatore può essere contattato solo telefonicamente o con messaggi cellulare.
Anche per Ted, quale prospettiva ci sarà nelle sue scelte? In bocca al lupo.

Ultima tappa presso il Direttore del Dipartimento di Brown. Jack Hayes ha sotto il suo controllo 38 sport con tutti coaches e studenti. La sfida è di dare a tutti quello che serve. Comunque la priorità ce l’ha la sezione del basket maschile.
Di significativo interesse, la sfida nel trovare risorse.
Un altro degli obiettivi è quello di dare a tutti gli studenti la possibilità di vivere una buona esperienza.
Mi dice che l’Università di Brown è molto prestigiosa negli Stati Uniti e loro non danno neanche una borsa di studio. Chi viene a Brown si paga la retta. Disquisiamo su quanto è nelle competenze e diritti/doveri per un coach ed il suo staff.
Jack Hayes coordina circa 150 persone.

Finisco con il Direttore ed incrocio Dwaine, uno degli assistenti di coach Martin.
Dwaine si rende disponibile nell’accompagnarmi a Kennedy Plaza. Dwaine è sposato ed ha due bimbe. La moglie e lui sono contenti di stare a Providence. Ma anche per Dwaine arriverà il momento dello step ahead.
Brown e Providence vi saluto, mi avete dato tanto.

Domani tappa a University of Rhode Island. A presto.

7 Thoughts on "Day #6 – Providence & Brown University"
  • Marco un appunto…….il tavolino con il campo da basket e le pedine dei giocatori ce lo dovevi fotografare!!!

  • Grazie per la condivisione del tuo viaggio,che ci fa vivere in piccolo delle belle emozioni.Durante questa esperienza cerca di incappare in qualche benefattore disposto ad investire qualche spicciolo nel basket a roma.Tu digli che da noi il traffico non esiste,che il sindaco ha una sola parola,che il Vaticano è un’isola felice,che per costruire un palazzetto ci vuole al massimo un mesetto,che il calcio non schiaccia gli altri sport,che i trasporti funzionano benissimo………..e che la gente romana ha un gran cuore,che non aspetta altro di tornar a battere (almeno una cosa vera la devi dire per esser credibile).un abbraccio,Francesco e Alessandra

  • Buonasera Coach,

    sono uno degli Allenatori che ha avuto la fortuna di fare il corso base con lei, diversi anni fa (2001, se non sbaglio..)
    Sto seguendo con interesse e piacere il suo diario americano, che mi riporta al mio viaggio negli USA del 2005 in cui ho avuto la fortuna di partecipare al predraft Camp della NBA, visto che in quegli anni, gli anni dell’inizio dei giocatori “internationals” nella lega, collaboravo con un servizio di scouting ed ho avuto la fortuna di incontrare e conoscere Allenatori e Giocatori che fino a poco tempo prima ammiravo alla tv.. In questo momento mi occupo di Basket Femminile, giovanile e senior, ormai da diversi anni, ma mi piace tenermi aggiornato sul mondo dei college e della NBA. Questa estate ho seguito diversi amichevoli alla Stella Azzurra, come Lei d’altronde visto che mi è capitato spesso di vederla in tribuna, esperienze che reputo validissime sia come aggiornamento sia come mezzo per “allargare” un po’ la visuale su un mondo diverso e soprattutto su un diverso modo di fare basket. Non la annoio ulteriormente, le auguro buon viaggio e resto in attesa delle prossime pagine del diario, ma soprattutto in attesa di vederla presto su una panchina che conta, ovunque la sua carriera la porterà, dopo averla vista per anni allenare a Roma, sia come assistente ai tempi di Caja, sia recentemente come capo Allenatore.

    In bocca al lupo Coach!!

    Mirko Rosatelli

  • Buonasera Coach,

    sono uno dei tanti Allenatori che hanno avuto la fortuna di seguire il corso di Allenatore di Base con Lei, qualche anno fa ormai, se non sbaglio nel 2001, e che porta con se l’entusiasmo e la cultura del lavoro che ci ha trasmesso in quelle settimane. Sto seguendo con interesse il suo diario americano, esperienza che mi riporta con la mente all’estate del 2005, quando ho avuto la possibilità di partecipare al predraft camp della NBA. In quegli anni, proprio nel periodo del boom dei giocatori “internationals” tra i Pro, collaboravo ad un servizio di scouting dei giocatori europei in chiave NBA e ho avuto la possibilità di conoscere di persona Giocatori ed Allenatori che fino a pochi giorni prima avevo solo potuto ammirare in tv. Credo che un’esperienza come quella che lei sta vivendo, sia fondamentale per chi non ha voglia di sedersi sulle proprie certezze, ma piuttosto di confrontarsi e mettersi alla prova osservando e studiando un diverso modo di intendere ed insegnare, la vita e la pallacanestro.
    In questi ultimi anni mi sono dedicato all’attività femminile, sia senior che giovanile, all’Athena Basket di Montesacro. Tra l’altro ho avuto il piacere di conoscere Maria Letizia Ciufo (che mi dice sempre avere con lei un rapporto di parentela diretta) e di allenare, durante l’anno e nei Camp che organizzo d’estate, sua figlia Elena Giancola. Persone vere, che nonostante non siano più con noi in Società, sento con piacere ogni volta che mi è possibile e che mi parlano sempre benissimo di Lei.
    Ho avuto il piacere di vederla allenare nei suoi anni in Virtus, prima come assistente di Attilio Caja e poi come capo Allenatore. Ricordo con grande piacere quegli anni passati a Settebagni a seguire gli allenamenti e li considero a tutt’oggi la base della mia passione e di quelle poche nozioni di pallacanestro che negli anni ho messo assieme. Il suo “è fuori!!” ad ogni tiro perimetrale per allenare la mentalità nell’andare a rimbalzo sempre con intensità, lo sento risuonare ancora oggi come tra le pareti della palestra di Via Salaria.
    Non voglio tediarla ancora, le faccio solo un grande in bocca al lupo per il proseguimento del suo viaggio e resto in attesa delle prossime pagine del Diario, per continuare a vivere quel sogno americano che è, almeno in parte, proprio di tutti noi amanti della palla a spicchi.
    Sperando di rivederla presto su una grande panchina, italiana o europea, le auguro buon lavoro Coach!!

    Mirko Rosatelli

  • Francesco hai ragione ma se mentre sto parlando con il coach, mi metto a fotografare il tavolino, se il coach mi avesse cacciato subito, non avrebbe mica sbagliato? O no?

  • Francesco ed Alessandra, qui nei college molto funziona veramente grazie ai benefattori. In più di un college, mi hanno detto di chi, per esempio, ha donato 400mila$ per realizzare la sala muscolazione. E come questo esempio, ce ne sono a bizzeffe…
    Peccato che da noi non funziona così. Però noi a storia, monumenti, antichità e bellezze di ogni genere, ne abbiamo da vendere e reclamizzare. Speriamo che per amor delle belle cose, chissà, un giorno troveremo anche noi un benefattore…

  • Ciao Mirko, si credo fosse stato 2000 o 2001, ormai un po’ di anni fa. Il college americano è un mondo a parte e del tutto speciale. Quello che sto vedendo qui, non ha confronto con nulla. Mille sfaccettature che non possono essere tutte raccontate. Cerco di essere il più preciso e completo nel racconto perché ricordo quando io, giovanissimo allenatore, stavo a bocca aperta quando sentivo qualcuno di quegli allenatori che hanno fatto la storia della pallacanestro italiana. Per me era sentirmi dentro a quello che raccontavano ed oggi cerco di farlo con semplicità ma assoluta passione. Quella passione che penso ci sia un po’ in tutti noi, non solo addetti ai lavori ma di chi ha a cuore il nostro splendido sport.

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