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Day #10 – New York: NBPA, Columbia University, St. John’s University

novembre 15, 2015

New York: Luo Carnesecca Arena

Oggi giornata abbastanza piena. Un incontro alla National Basketball Players Association, partita a Columbia University e partita pomeridiana a St. John’s University. Ma la cosa forse più bella ed emozionante è stato quanto leggerete alla fine di questa pagina. Non tanto perché a meno importanza, anzi, ma solo per un mero rispetto cronologico.
Andiamo con ordine.

Come vi ho anticipato ieri, oggi prima delle partite, ho avuto un appuntamento particolare, molto interessante e di grande curiosità per me.Ieri mi sono sentito con Matteo Zuretti, da poco in America con un incarico come Director of International Relations and Marketing. Matteo è un ragazzo, meglio un uomo, con profonde radici di basket nel suo DNA. Per raccontare la storia recente, Matteo è romano con estrazione Stella Azzurra Roma, quella per intenderci del Collegio De Merode di Roma, tra i più prestigiosi a livello accademico e con un background sportivo che ci fa tornare alla mente i fasti della Stella di Valerio Bianchini. Matteo ha proseguito il suo percorso cestistico con l’attuale Stella Azzurra di Germano D’Arcangeli. In tempi più recenti ma parliamo gia di svariati anni fa, Matteo ha iniziato un percorso da agente della Pro Talent. Un’agenzia che ha avuto sempre particolare attenzione verso il mercato estero, in particolare modo dell’est europeo.

Matteo Zuretti, Director of International Relations and Marketing

Matteo Zuretti, Director of International Relations and Marketing

Questa attività ha permesso a Matteo di stabilire profonde conoscenze, connections, con mezzo mondo. L’essere presente a tutte le manifestazioni di finali nazionali ed europee di categoria giovanile, gli ha consentito di essere sempre a contatto con tanti colleghi di allora, scouts e managers NBA e tanti altri che ha conosciuto in quegli anni di vissuto come agente. Tempo fa, attraverso i network in giro per il mondo, sentendo rumors di mercato, ha saputo che l’ Associazione Giocatori della NBA, la NBPA, era alla ricerca di una figura che potesse curare e seguire tutti i giocatori Internazionali che giocano nella NBA. Parliamo di un quarto dei 450 giocatori NBA e si può capire quanto questo ruolo possa essere importante nelle strategie della National Basketball Association. Una quantità così di giocatori più forti al mondo, ha un valore che può e deve essere “sfruttato” e “venduto” nei migliori dei modi.
Bypassando particolari e step intermedi, Matteo viene contattato per un colloquio. Come tutti i posti dove devono verificarti, un primo step del colloquio con il management preposto per questo, una sorta di filtro obbligato prima di poter avere un colloquio con la “big boss” Michelle Roberts di cui Matteo spende parole al miele. Durante il nostro colloquio nel suo ufficio al terzo piano dalla Broadway Blw, entra la signora Roberts, molto carina nel salutarmi ed augurarmi buona permanenza.
In sostanza cosa ci fa un romano nel cuore dell’associazione dei giocatori professionisti americani? La NBPA ovviamente è preposta per curare gli interessi dei giocatori. Per Matteo, nello specifico, di quelli internazionali come vi ho accennato. Quindi in breve parliamo di relazioni internazionali, esigenze particolari dei giocatori (diverse da quelli americani), rapporti con le federazioni di provenienza, buy-out internazionali, aspetti assicurativi, ecc. ecc..
Ora in generale possiamo capire che, coniugare gli interessi dei proprietari delle franchigie NBA con quello che sono gli interessi dei giocatori, non è cosa di poco conto. Quando poi ci metti che gli interessi che devi tutelare, non sono di quelli che “giocano in casa” ma di quelli che possiamo definire con rispetto “stranieri”, le difficoltà aumentano. Devi stare sempre sul filo del rasoio, mai “crossing the line” ma allo stesso tempo devi tutelare gli interessi di chi rappresenti.
Come possiamo immaginare, i giocatori hanno notevole peso nel sistema NBA perché producono show, quindi business. Pensate che il prossimo contratto che la televisione stipulerà con la NBA sarà pari a circa 2,4-2,6 milioni di dollari. Possiamo capire che quando la torta dei profit che devi spartirti, è del 50% (fino a poco tempo fa’ era 7 punti percentuali in più per i giocatori), e di questo volume solo per il contratto televisivo (per non parlare del resto), se non vai più che con i piedi di piombo, rischi comunque di fare qualcuno scontento.
Matteo può essere considerata una “new entry” del front office ma nella NBPA nessun dipendente è li da più di un anno. Si può dire che sia iniziata una sorta di startup collettiva. Questo nuovo gruppo di lavoro, può lasciare un segno importante nella negoziazione con i proprietari e tutti sono stimolati nel cercare di far bene, Matteo per primo.

Matteo ha realizzato uno dei suoi sogni. Ha mangiato tanta strada e si è sporcato spesso le mani nel fango, nell’accezione positiva dell’espressione. Non è stato sempre in giacca e cravatta, con i gemelli ai polsini e le scarpe inglesi fatte a mano ma spesso si è messo la tuta da operaio facendo lavoro “sporco”. Ha studiato, si è confrontato, ha “rotto le scatole” a tanti di quelli che aveva conosciuto negli anni, ha fatto squillare il telefono ed ha fatto aprire mail in tutto il mondo, a tanti, a quelli che potevano aiutarlo a capire meglio aspetti decisivi per la sua nuova attività, a scoprire cose di suo interesse ma ancora poco esplorate e di sua conoscenza.
Si è creato l’opportunità per essere ascoltato e valutato. Gli è stata data una possibilità e l’ha sfruttata, la sta sfruttando.
Il bello dell’America è che metti tutti in relazione, diverse etnie che riescono a convivere a fronte di un unico e solo obiettivo, non è roba da poco e c’è un motivo ben preciso: fare business!
Oggi Matteo è a New York e vive in tandem e compagnia del suo lavoro. L’altra parte di lui a cui è più affezionato, per adesso è rimasta in Italia. La moglie Roberta che esercita la professione legale, la figlia Matilde di quattro anni, lo raggiungeranno nel prossimo agosto, alla soglia dell’inizio del nuovo anno scolastico.
Speriamo che Matteo tra qualche decennio, possa dare all’Italia un po’ di quello che da oggi sta vivendo nella grande mela e nel paese che ha fatto la storia per quello che è il basket. Magari nel più profondo, essendo stato in Italia come operativo del settore, potrebbe esserci il piacere un giorno, di vedere la nostra lega fare profit come quelli della NBA e magari con Matteo che possa portare il background di questo spaccato di vita professionale. Chissà, mai dire mai. Speriamo per lui che sia il più lontano possibile e che lui possa nel suo percorso, rappresentare una delle tante eccellenze italiane, ahimè, emigrate fuori dai confini italici.
Intanto Matteo adesso non fa più la fila agli accrediti per entrare al Madison Square Garden. Ci entra dalla porta di servizio, con un pass al collo, come un’eccellenza della NBPA. Well done Matteo, and good luck for you career. We are proud of you.

Esco dagli uffici della NBPA e dirigo alla Columbia University. La partita è di quelle che non lasciano notevoli preoccupazioni, la squadra che incontrano è la Kean. Non c’è grandissimo pubblico ma non è certo questa la partita “the game”. Finisce con un abbondante più 40, superando il muro dei 100. La squadra dovrà essere testata per appuntamenti più rilevanti ma, comunque, come diciamo noi, “chi comincia bene è a metà dell’opera”. Finisce con un sottofondo musicale in classico stile patriottico americano. Si chiude inevitabilmente sulle note musicali di New York New York, cantata da Frank Sinatra.
Durante la partia vedo Barry Neuberger, l’Associate Athletic Director for Sports Marketing. Non voglio disturbarlo e gli mando un messaggio che lo aspetterò per salutarlo a fine partita. Barry è stata per me la persona di riferimento che ha facilitato e permesso il mio ingresso a Columbia e tutto quello che ho fatto in questi due giorni presso la sua Università. Ci salutiamo con piacere, scambiando quattro chiacchiere su quello che avevo fatto il giorno prima con la squadra. Lo saluto proponendomi di scrivergli presto a chiusura di questa esperienza nei Colleges.
Saluto anche John, il DBO e coach Smith. Ad entrambi rinnovo i complimenti per l’ottimo inizio.

Esco da Columbia con destinazione St.John’s University. Ho ancora un po’ di tempo e decido di fare un salto a Times Square che avevo visto soltanto di sera. E’ una giornata fredda ma pulita, molto ventosa che mi fa tornare alla mente i mesi che ho trascorso nella “windy town” Chicago qualche anno fa. Arrivo a Times Square dopo aver fatto un salto al Rockefeller Center. Le strade sono sature di persone che si muovono chi più chi meno con la frenesia che ti impone New York. A Times Square vengo subito colpito da una fila di gente che si dispone come un serpente alla ricerca della sua preda. Chiedo ad uno della sicurezza come mai così tanta gente in fila; mi dice che stanno aspettando per comprare dei biglietti per uno show.
La visione di Times Square farebbe luccicare gli occhi di meraviglia a qualsiasi bambino. Ma anche a noi adulti fa trasparire quel senso di gioia e felicità che abbiamo dentro, stimolati dalle luci, i mega maxi schermi a led, le immagini che ci scorrono sopra prendendoti la mente e portandoti a vivere per un attimo quello che stai vedendo. Mi fermo a guardare le persone che ci sono e cerco di cogliere quello che vedo nelle loro espressioni, nei sorrisi, negli sguardi che si scambiano qualche coppia di innamorati, nelle pose prese per scattare una foto di un nucleo familiare, quello di un gruppo di amici. Tutto fa parte di un momento magico che New York ti sa regalare.

Lascio Times Square e punto sulla Lou Carnesecca Arena di St. John’s University. Questa Università ha una sua storia particolare per tanti aspetti, prima tra tutte quella che la sua arena è stata intitolata ad un mito della pallacanestro americana come Lou Carnesecca. Fortunatamente non hanno aspettato che passasse ad altra vita per dedicargli questo onore. Se ne sono, giustamente, ricordati prima. Coach Carnesecca a St. John’s ha fatto un pezzo di storia o forse “la storia”. Una figura carismatica che si incrocia anche con coach Mullin nuovo allenatore dei rossi di St. John’s. Mullin è stato allenato da Coach Carnesecca proprio al colllege di St. John’s.
Coach Mullin non ha bisogno di presentazioni, ce lo ricordiamo tutti quando correva per i campi bruciando le retine di tutti i palazzi delle franchigie NBA. E resta anche nella memoria la sua partecipazione al Dream Team delle Olimpiadi del 1992. Coach Mullin sa che non avrà una stagione facile. E’ alla sua prima esperienza e la sua squadra ha solo un senior. Gli altri sono molti freshman tra cui il “nostro” Federico Mussini.
Arrivo al will call dove dovrebbe essere il mio biglietto. Fanno diverse ricerche ma non c’è. Mi dicono di andare all’ingresso del palazzo che probabilmente sono nella lista oltre i varchi controllo.
Mi dirigo all’ingresso del palazzo. Sembra di entrare in aeroporto, con gli stessi controlli di sicurezza. Prima ti fanno depositare tutto quello che hai di metallico in dei contenitori posti su un tavolo, controllano la borsa nei minimi anfratti, poi passi attraverso il body scanner. Inevitabilmente suona qualcosa. Mi controllano con il metal detector a mano, la fibbia della mia cinta è la colpevole.
Recupero il tutto e vado in un area dedicata al ritiro dei biglietti x gli ospiti. Finalmente trovo il mio biglietto ed accedo all’Arena.
L’arena è molto raccolta, un box che si sviluppa con due grandi tribune sul lato lungo del campo e due più piccole sul lato corto che ospitano prettamente gli studenti. Comunque una bomboniera da 6000 posti. Cheerleaders a bordo campo (ne conto una quarantina…!!!), la banda sistemata di fianco ad una delle tribune degli studenti, banda con tanto di batteria e piatti.
Sul campo le squadre stanno facendo riscaldamento, i tifosi prendono posto alla spicciolata, solite file davanti ai punti ristoro, vado a prendere posto. Mi siedo di fronte la panchina di St. John’s, visione ottimale per seguire da vicino anche cosa accade in panchina.

Entrano i due staff, entrambi esattamente dai lati opposti alle panchine. Mi sono chiesto se è fatto volutamente per dare “passarella” ad entrambi. Lo chiederò a Luca Virgilio, italian assistant coach di Mullin, quando tornerò alla Lou Carnesecca Arena per seguire due giorni di loro allenamenti. Il proscenio, le telecamere, le foto sono tutte per l’ingresso di Coach Mullin. Il suo ingresso scorre sul mega schermo posto sul soffitto dell’Arena, come si conviene alle star più prestigiose. Oggi Mullin non è solo l’ex giocatore NBA ed il coach di St.John’s. Mullin è anche quello che risveglia ricordi lontani di quando era giocatore a St.John’s sotto la guida proprio del leggendario Coach Lou Carnesecca. Quelli attempati come me se lo ricordano quando era giovane studente dell’università e qui, l’alma mater, ha un senso di assoluta profondità e considerazione. Mullin è un po’ tante cose ed anche questo.
Si va alla presentazione delle squadre ed il nostro Mussini è nel quintetto di partenza .
La partita all’inizio non è di quelle che ti fanno saltare dalla sedia; tante, troppe palle perse da una parte all’altra, tanti tiri che non vedono il fondo della retina, palla che percuote troppo il legno stazionando nelle mani di un solo giocatore. Merito delle difese? L’emozione dell’esordio la fa da padrona? Non lo so ma certo ci auguriamo di vedere qualcosa in più nella seconda parte. Dopo 10 minuti siamo 10-10…. Mussini per la prima parte del primo tempo (qui hanno solo due tempi da 20 minuti come avevamo noi un po’ di tempo fa), sta in campo come una pallina sotto il vetro di un flipper. Un dentro fuori da pochi minuti. Poi in un rientro, si accende con una penetrazione e lay up con mano sx ed un tiro da 3 punti dall’angolo. La gente apprezza. La squadra avversaria è Wagner. Solidi, grande atteggiamento difensivo con pressing a tutto campo già dalla rimessa da fondo campo, zone alternate alla man to man di base. Proprio a causa di questo atteggiamento difensivo degli avversari, St.John’s inizia la sua azione ed il primo passaggio non prima di aver speso 10-12 secondi. Qui può ancora andare bene visto che i loro 24 secondi sono allungati a 30. Dopo 13 minuti entra anche Alibegovic ed il 40% del quintetto in campo è made in Italy. Purtroppo Alibegovic non starà molto in campo e dopo un paio di apparizioni anche nella seconda metà, non vedrà più il campo. Chi invece lo vede è Mussini che da freshman alla fine sta in campo 35 minuti (!) e risulterà essere il top scorer con 18(!) pts a suo nome. Beh non certo il ruolo di un freshman. Giustamente a fine partita Luca Virgilio mi dice che non crede ci siano tanti freshman in America che stanno in campo così tanto e sono lead scorers con18 pts! Condivido in pieno.
Durante il primo tempo, le telecamere inquadrano la leggenda, Coach Lou Carnesecca. Beh fa sempre una certa impressione vederlo, poi figurarsi saperlo seduto di fronte alla tua posizione, ancora di più.
Il primo tempo finisce di misura 32-31, sicuramente poco esaltante. Nella seconda parte la partita si accende e si vede qualcosa di più. Sale sugli scudi Mussini che diventa il giocatore da fermare.
La partita nella seconda metà si fa sicuramente più interessante. Wagner mette una zona 2-3 che è una via di mezzo tra 1-3-1, una 1-1-2-1 che poi diventa 2-3. Classiche zone che servono per mettere sabbia negli ingranaggi degli avversari. E qualche effetto sicuramente lo produce. Dopo sette minuti St. John’s è un po’ in crisi. Ci pensa Mussini che gli dà ossigeno con un tiro da 3 piazzato. La partita rimane in bilico fino alla fine quando ad un minuto dalla fine ancora Mussini centra il canestro con una bomba che fa esplodere il palazzo. Alla fine, come vi ho scritto, risulta essere il miglior marcatore della gara. Non male come esordio per un debuttante. Si chiude con Mullin che dopo aver salutato gli avversari, con un gesto da gran signore, sale lungo le gradinate per andare a salutare il Coach Lou Carnesecca.
Nella gioia della vittoria che accomuna tutti i presenti, anche quelli più critici, la folla lascia il palazzo in fretta. Qualcuno si attarda a comprare qualche indumento e gadget allo store, altri a far commenti sulla partita e le prestazioni dei singoli, altri ancora in attesa dei giocatori. Si sentono bei commenti sull’italiano che ha deciso la partita.

Mentre mi avvio all’uscita, vedo ancora il Coach Lou Carnesecca che si appresta a lasciare l’arena. Sono combattuto tra lo stare al mio posto ed accelerare il passo nella speranza di salutarlo. Decido in un battito di ciglia che forse quella situazione non mi capiterà mai più nella vita e quindi accelero. Mi presento ad un signore che lo accompagna e chiedo se posso salutarlo, sono un allenatore italiano. Il signore mi risponde “of course Marco”. Mi avvicino al Coach gli tendo la mano iniziando a parlargli in inglese. Il signore che lo accompagna mi dice “speak italian”. Inizio a parlargli in italiano ed il Coach si accende ed iniziamo a conversare nella lingua incomprensibile ai suoi accompagnatori. Ringrazio il Coach per avermi permesso di salutarlo, gli dico che per noi in Italia è una leggenda. Mi chiede cosa faccio in America e gli spiego del mio College Tour. Si congratula ed iniziamo a parlare di qualche coach italiano ed ovviamente non passa secondo dove si parla del signor Gamba e del signor Rubini. Parliamo ovviamente della partita ed anche lui vede molto bene quanto fatto da Mussini. Gli chiedo se posso farmi una foto con lui dicendogli anche del sito sul quale riporto le mie esperienze collegiali. Fatta la foto, lo saluto e lo ringrazio per la disponibilità.
Cosa vi posso dire in più di quanto vi ho scritto? Beh che mi sono emozionato, e molto anche. The Legend, al secolo Coach Lou Carnesecca è stato per me quello che leggevo sui libri del CNA di un tempo, oppure su internet dove puoi trovare di tutto e di più su di lui, oppure dal ricordo di qualche coach meno giovane di me come Il maestro Mario Blasone.
Caro Coach non sa quanto mi ha fatto felice per averle potuto stringere la mano ed aver avuto qualche minuto di conversazione con lei. Grazie di cuore.

Luca Virgilio mi raggiunge poco dopo aver lasciato il Coach. Gli racconto dell’incontro, della chiacchierata in italiano e dell’emozione che ho avuto e che continuo ad avere. Mi dice che il Coach ogni tanto va a vedere ancora gli allenamenti e quando ha la possibilità di parlare con qualcuno in italiano, si accende e lo fa con gran piacere. Parliamo un po’ della partita e delle difficoltà avute. Mi dice che tutte le squadre sono toste come Wagner se non meglio. La loro è una squadra nuova, con un solo senior e con un play titolare freshman come Mussini. Sarà una stagione difficile ma iniziano adesso per raccogliere tra qualche anno. Luca ha le idee chiare per quello che lo riguarda. Ha gia in tasca due lauree prese sul suolo italiano e qui a St. John’s frequenta un master. La sua giornata non è che sia molto agevole, anzi. La sera, dopo gli allenamenti, frequenta le lezioni e studia la notte dormendo a volte solo tre ore. Come si suol dire, si fa’ il “mazzo” ma come dice lui “se non lo faccio adesso, quando mi ricapita una cosa così?” Hai ragione Luca, dacci dentro, adesso o mai più. Ci vediamo tra qualche giorno per seguire i vostri allenamenti.

5 Thoughts on "Day #10 – New York: NBPA, Columbia University, St. John’s University"
  • Caro Calvani grazie per le parole di stima e sostegno per Luca. Ottima esperienza e buon proseguimento di viaggio e basket. Cordialmente.

  • Carnesecca, energico coach che nei Clinic in Italia parlava in italiano e sempre con didattiche semplici . Non pensavo che fosse ancora tra di noi! Mi ripeto ma questo tour e’ da Sky ! Bravo CoachAmerica!

  • Sig. Virgilio buonasera. Grazie a lei per il pensiero, quello che ho scritto è quello che penso, non ho regalato nulla :-) . Grazie a lei per il pensiero.

  • Maurizio il Coach è piu licido di quello che si possa pensare per l’età. I commenti alla partita ed a Mussini, sono stati di primissimo livello, ovviamente. Per il tour, facciamo un libro 😉 ?
    Grazie

  • Grande Coach, bellissimo viaggio, bellissimi Racconti… ma ti vogliamo sui Campi!

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