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Day #11 – New York: Stony Brook University

novembre 17, 2015

Island Arena: 4800 posti

Arrivo a Stony Brook in anticipo rispetto all’appuntamento con Bryan Dougher, il DBO della squadra. Bryan si rende subito disponibile. Lui è stato studente e giocatore per Stony Brook University dal 2008 al 2012. Questo è il suo secondo anno da DBO e nelle sue aspirazioni c’è il percorso da allenatore magari già dal prossimo anno.
La sua Università è una piccola città, ha un’estensione simile alla cittadina che dista da New York quasi cento chilometri. Gli studenti sono un numero non di poco conto, circa 25.000 studenti frequentano i corsi accademici alla SBU (Stony Brook University). A differenza di altre università, la retta annuale per frequentare l’anno accademico è di circa 20.000$. Niente se si pensa che il top delle università come potrebbero essere Harward, Boston, Brown che hanno livelli accademici al top, costano per un anno circa 65.000 $. Certo è che chi esce da questo tipo di università, ha di sicuro un lavoro in tasca, lo vanno a cercare prima che finisca. Un po’ come per noi la Bocconi o la Luiss.
Loro per la stagione attuale hanno 13 scholarship che sono quelle date per i giocatori del rooster. Poi hanno un altro giocatore, un “walk on” che fa parte del nucleo di allenamento ma che non riceve la scholarship.
Iniziamo il tour del Campus. Impianto da 4800 posti, 2 anni di vita per il campo di gioco (questo è il secondo anno), costo dell’operazione 20 milioni di dollari. La sala muscolazione di accesso solo per gli atleti, ha spazi e macchinari ad abundantiam, costo dell’operazione 400 mila dollari, frutto di una donazione. Che meraviglia poter disporre di donatori…ma questa è la realtà dei college americani.
Le giornate di Bryan sono abbastanza piene perché, oltre a partecipare agli allenamenti della squadra, si preoccupa di elaborare il daily schedule, il reperimento dei video, l’organizzazione dei viaggi con aerei-bus-treno e quanto altro vedi hotels e pasti. Ed a questo si aggiunge poi tutto quello che è necessario ai giocatori per la loro vita quotidiana, oltre a seguirli, ovviamente, nei loro studi e profitti accademici. Oltre le necessità dello staff tecnico.

Bryan mi porta in giro per il Campus a visitare tutto quello che hanno. Come vi dicevo sopra, il nuovo impianto da gioco è al suo secondo anno di vita. Estremamente funzionale, oltre le classiche tribune, ha anche 4 sky box dietro le panchine che sono delle aree dove uno sponsor, un imprenditore od un tifoso può acquistare lo spazio con tutto quello che contiene come area cucina, bar, sedute e posti privilegiati dietro le panchine. C’è poi un ulteriore area tra i 4 sky box in corrispondenza della metà campo, molto più grande, anche questa utilizzabile con gli stessi principi che vi ho esposto sopra. Ai quattro angoli del lato corto, quattro mega maxi schermi sui quali scorrono le immagini della partita oltre che passaggi pubblicitari, la smile cam (divertentissima e coinvolgente per i tifosi) e tutto ciò che può essere show business. Mentre giriamo per il campus, incontriamo l’Associated Coach Jay Young di ritorno da una seduta di jogging. Saluti, battute ed appuntamento per l’allenamento.
Continuiamo il giro, direzione spogliatoi. Poco dopo la porta di ingresso, è sistemato un maxi schermo con un salotto per i ragazzi. Infatti troviamo qualche giocatore a vedere una partita NBA e qualcun altro che ne approfitta per farsi un pisolino. Un altro mentre vede la partita, è sistemato ad un tavolo consumando un pasto. Lo spogliatoio è personalizzato sotto ogni aspetto. Sedute, poltrone, pavimento, tutto ha qualcosa dell’Università. Ed anche il vano docce è con il logo sul pavimento. Nulla è lasciato al caso. C’è anche un frigo, un microonde, ecc. Su un lato di una parete, c’è una sorta di botola nella quale i giocatori mettono i loro indumenti sporchi. La botola porta tali indumenti, direttamente in lavanderia…! Volete che vi aggiungo altro?
Passiamo alla sala riunioni video. Una piccola sala cinema, con 24 (!) poltrone. Alle pareti ci sono le foto dei giocatori più rappresentativi passati a SBU. E ce ne è senza volto che recita
“sarai tu il prossimo”? Gli uffici sono locati diametralmente opposti al campo di gioco. Ognuno ha il suo, ognuno i suoi spazi.
Siamo quasi all’inizio dell’allenamento, ci trasferiamo in palestra. Bryan mi fa accomodare vicino la panchina. C’è gia qualche giocatore in campo con gli assistenti e fanno lavoro individuale
Arriva il coach Steve Pickiell che viene a salutarmi. Breve chiacchierata, mi chiede del viaggio e dei college visitati e che visiterò, mi dice dei suoi giocatori, di uno che manca per problemi familiari. Ci congediamo per il post allenamento. Breve meeting a metà campo con il solo coach, gli assistenti sono già pronti nelle loro postazioni per lo sviluppo del primo esercizio.
L’allenamento è di quelli pre-gara ma comunque non fanno una passeggiata, anzi. Lavoro individuale per ruoli divisi sui due canestri, collaborazioni a due e tre con gli assistenti in appoggio, ripasso dei giochi avversari e delle rimesse, con la scelta delle difese da fare. Un po’ di 5c0 attacco al press con varie opzioni. Chiudono con un pò di 5c5 walk trough. Tutto il lavoro a 5c0 e 5c5, viene tenuto e sviluppato dall’Associated Coach con dei brevi flash dell’Head Coach. Finito allenamento, tutti a metà campo per il canestro da 1/2 campo. Non dura molto, il. Canestro arriva abbastanza in fretta. Doccia per tutti.

Il coach torna e ci sediamo in panchina. Mi approfondisce in merito alla squadra, mi parla dei loro obiettivi, mi racconta del nuovo impianto e gli si legge la soddisfazione di poterci giocare. Chiedo degli avversari e mi dice che sono una squadra di Division III. Sinceramente non capisco il senso di questo tipo di confronti. Una partita che finirà con uno scarto abbondante tra due contendenti che sono all’opposto per forza, talento ed obiettivi. Ha un senso? Boh, per me no.
Mentre parliamo si avvicina un signore baffuto non più giovanissimo (beh anche io ormai non lo sono più…), saluta il coach che mi presenta. Anche questo signore, che si chiama Dominick, è un allenatore o meglio lo è stato. Ha fatto high school, college ed è stato un insegnante di educazione fisica. Adesso si diverte andando a vedere allenamenti e partite, fa anche un lavoro di scouting per coach Steve Pickiell durante le loro partite. Ci salutiamo con il coach che chiede a Bryan cosa farò fino alla partita della sera. A questo punto entra in scena l’altro coach, Dominick. Lui dice “no problem, Marco come with me at my house, we will eat something together and later we come back for the game”!
Dico subito a Dominick che non voglio disturbare né tanto meno irrompere a casa sua all’intervallo del pranzo, con la moglie che potrebbe non geadire. Dominick mi risponde con un semplice “don’t be worry, she is ok”!
Saluto il Coach e Bryan e con Dominick si va in direzione casa sua. Sinceramente sono un po’ in imbarazzo perché mi dispiace veramente disturbare a casa di altri, per giunta io per loro sono un emerito sconosciuto. In macchina ci facciamo un bel po’ di chiacchiere. Lui mi racconta che coach Rollie Massimino, uno tra i più famosi in America, gli aveva offerto la possibilità di andare a fare l’assistente al College con lui ma con la famiglia, moglie e figli, non era conciliabile, quindi aveva declinato. Gli racconto anche io un po’ delle mie cose e poi si parla di tecnica e tattica, di NBA e di College, di difesa ed attacco. Solite chiacchiere tra allenatori. Arriviamo a casa sua dopo una ventina di minuti. La casa è una bella villa immersa in un bosco insieme a tante altre ville, ma nulla di appiccicaticcio o ammassato. Tutto ben disposto, con larghi spazi tra una villa e l’altra. Entriamo in casa e c’è la signora Karin che mi accoglie. Mi presento e mi scuso anche con lei per l’essergli piombato in casa, mi risponde con un candido “is my pleasure”. Ci accomodiamo sul divano ed anche con lei mi faccio una bella conversazione. Gli argomenti si spostano sulla famiglia, sui figli, sulla sua vita seguendo la passione del marito per il basket ed oggi anche quella del figlio che è allenatore di High School, sulla mia vita. Gli parlo di Matteo (mio figlio), di quello che fa e delle sue aspirazioni. Karin è una donna assolutamente gradevole, simpatica, disponibile. Intanto Dominick che si era allontanato, torna dopo essersi cambiato, pronto per portarmi a mangiare ed andare alla partita. Gli dico che voglio fare una foto con entrambi per raccontare questa piccola storia incredibile di disponibilità ed ospitalità americana, anche per uno sconosciuto come me. Beh li vedete in foto, non sono due splendide persone solo a vederle? Sia la signora Karin che Dominick mi raccontano dell’Italia che hanno gia visitato sei volte. Insieme con un’altra coppia, ogni due anni circa, pianificano il viaggio. La toscana è la regione da loro preferita. Sono estasiati dai paesaggi, da Siena, da Montalcino, da Firenze ed ovviamente dai vini che produce la nostra splendida regione.

Saluto la signora Karin che oggi non viene alla partita, in quanto lascia i biglietti ai due nipoti. Con Dominick ci dirigiamo al ristorante. Mi chiede se ho preferenze e gli rispondo che va bene tutto meno che il sushi che, sinceramente, proprio non amo. Andiamo in un bar/ristorante sportivo. Football, baseball, basket, la fanno da padrona sui tanti schermi disseminati sulle pareti del locale. Mentre aspettiamo e mangiamo, la conversazione va avanti. Finito chiedo di pagare il conto ma Dominick non ne vuole sapere. Anche questo fa parte della persona. Non posso essere che sorpreso per tutto.
Arriviamo al palazzo. Ci sono già parecchie persone. Alla fine saranno 3600 per un opening game di poco risalto, considerati gli avversari USMMA, United States Merchant Marine Accademy, una squadra di Division III che non può minimamente competere. Sicuramente una bella presenza di pubblico. La partita non ha storia, si tiene su un discreto equilibrio per 9-10 minuti, poi Stony Brook affonda il colpo e la partita si chiude con 70 punti di divario! Nulla da commentare, il risultato di 103-32 parla da solo. Prima della partita, commemorazione e ricordo per quanto successo a Parigi in questi giorni. La flag francese sventola sui maxi schermi. Condanna assoluta, silenzio, riflessioni. Un senso di stanchezza, per usare un termine forbito ma hanno veramente rotto le scatole. Va bene l’espressione di religioni, correnti politiche e tutto quello che si vuole ma basta con le stragi di chi, fondamentalmente, non c’entra poi nulla con quello che sono le diatribe ideologiche di chi che sia.

L’inno americano cantato da una dolce donzella, fa da prologo al salto a due. Io sono posizionato a bordo campo, vicino a Dominick. Il mio posto è contraddistinto da un adesivo con il mio nome posto sul rotor. Cura dei particolari al massimo.
Intanto, come vedete dalle foto, le sky box dietro alle panchine, si sono riempite. Il business go on. Finita la partita, mi saluto con Dominick che ringrazio ed abbraccio. Mi sono sentito con lui come se ci conoscessimo da sempre e la cosa è stata reciproca. Mi allontano con Bryan. Mi presenta il suo Director of Athletic, il signor Shawn Heilbron, con il quale mi ero già conosciuto all’intervallo della partita. Saluto il Coach in uscita dalla conferenza stampa, complimentandomi e facendogli un in bocca al lupo per la stagione.Torniamo per qualche minuto negli uffici ed incrocio anche l’Associated Coach. Bryan mi accompagna alla fermata del treno, si riparte per Brooklin. Bryan grazie della tua disponibilità, ospitalità e cortesia per una giornata che, nel complesso, mi lascerà molto. Grazie Stony Brook and good luck for your season.

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