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Day #16 – From New York to New Jersey: Princeton University

novembre 21, 2015

Dillion Gymnasium: banners in the ceiling

Con la mattina di oggi, si chiude la mia parentesi nella grande mela. Sono stati 8 giorni intensi, correndo da un capo all’altro dell’area newyorchese ma non solo. Non so quante miglia ho fatto tra subway, bus e camminate, sarebbe interessante fare un conto ma sicuro sono state tantissime miglia. Sono andato anche fuori area metropolitana come a Stony Brook, Seton Hall e Fordham. Nel complesso non posso che essere soddisfatto per quanto visto, ad oggi ho visitato ben nove College ed Università e posso fare un primo bilancio. Sono soddisfatto per le persone conosciute, per gli impianti e gli uffici delle varie sezioni del basket, per i contatti stabiliti, per le metodologie diverse dalle nostre e diverse anche e soprattutto tra loro, per un modus operandi difforme da un’università e l’altra, per chi cura le cose nei minimi dettagli e chi lascia trasparire approssimazione e sciatteria. Qui non è che alberga il verbo assoluto, anzi. Ma sono tanti giri avanti a noi, in quasi tutto. Ho visto realtà tecniche assolutamente sorprendenti per il ritmo e la capacità di mantenere l’intensità e l’attenzione ai massimi livelli. Ed ho visto anche chi invece prende le cose con più serenità e pazienza, forse troppa. Sentito e visto direttamente allenatori e staff trattare i giocatori con determinazione e risolutezza ma anche rispetto. Ed ho anche visto e sentito chi invece ha usato modi e terminologie che avrebbero fatto arrossire anche l’ultimo dei ragazzi di strada di un quartiere periferico. A confronto, tanto per fare un esempio non molto lontano dei nostri confini italici, il Guido Saibene nostrano, a quello che mi risulta crocefisso fondamentalmente per il senso di un nulla e giustamente rimesso (in clamoroso ritardo…) nei toni nei quali sarebbe dovuto essere già in principio, senza un clamore da aguzzino quale era stato dipinto, bene il citato Saibene a confronto sarebbe stato un chierichetto agli studi per il noviziato…Ma questo è il nostro mondo, che piaccia o no. Proprio da questo mio vedere lavorare gli altri coaches e staff, in una posizione di assoluto privilegio come spettatore esterno, ho ripercorso i mie anni passati, un flashback a ritroso di come mi ponevo sul campo. A volte il mio essere demanding è stato eccessivo ma la gioventù e la non esperienza, ti fa fare cose che, se non le fai, non puoi dartene un riscontro futuro. Sbagliare è una parte fondamentale della crescita. Ma chi è che non sbaglia? Chi non si sente in una posizione per dire “a me non è mai successo che…”. Lo può fare solo chi non si espone, chi non esce mai dal suo recinto personale, chi vive all’ombra di altri o del nulla, quindi non vive…La vita nel suo complesso ha o dovrebbe avere, il piacere di essere vissuta. E gli errori fanno parte di questo vissuto. Sta poi a noi dargli la giusta esposizione. Gli errori possono essere il nostro brand oppure possono aiutarci ad essere migliori, proprio perché capiamo e sappiamo dare valore agli errori commessi. Tornando a noi, questo primo scorcio del Colleges Tour, è stato assolutamente produttivo ed utile. Speriamo che anche il resto, sia altrettanto.

Arrivo alla Princeton University con 11 minuti di anticipo. Ho appuntamento con il Coach ma quando arrivo chiedo di Skye Ettin, il DBO della squadra con il quale mi sono scambiato email e messaggi in questi giorni. Una signora al desk dell’Arena mi dice di attendere che guarda se è all’interno del campo di gioco. Mentre torna dicendomi che non l’ha visto e che prova a chiamarlo al telefono, appare Skye. Saluti e convenevoli di presentazione, poi manda un messaggio al Coach avvisandolo del mio arrivo. Mentre Skye mi fa vedere la palestra di allenamento e campo gara, 7800 posti a sedere, arriva il Coach Mitch Henderson. Dopo esserci salutati, ci avviamo verso il ristorante. Skye mi aveva avvisato che il Coach mi voleva invitare a pranzo per le 13:30. Pranzo light perfetto per me, iniziamo a conversare un po’ su tutto. Mi chiede del mio giro collegiale, di dove ero lo scorso anno. Poi cominciamo ad andare su pensieri un po’ più specifici. Idee sul gioco, la difesa, le solite cose di cui parliamo noi allenatori. Ma la parte più interessante però, non è tanto sulla sua o mia identità difensiva ed offensiva che può avere posizioni diverse ed entrambi rispettabili ma su quello che, a mio avviso, è una parte preponderante e decisiva nel ruolo di allenatore. Quello che siamo e che facciamo oltre le X o le O come le chiamo io. Ok schemi, difese, transizione, pressing, uomo o zona, tutto doveroso, bello, necessario. Ma spesso ci dimentichiamo di una cosa: che trattiamo con delle persone, non con degli automi. Siamo esseri umani e, nell’esserlo, non possiamo prescindere dai rapporti relazionali. A questo riguardo, in questi ultimi 10 anni, mi sono interessato con più passione ed attenzione, a quello che è la PNL – Programmazione Neuro Linguistica, quella che gli americani chiamano NPL – Neuro Linguistic Programming. Cambia l’accezione ma non la sostanza. Grazie a Lucio Zanca, mio personal coach che mi ha istruito e formato per essere un un coach di PNL, ho scoperto il valore di questa risorsa. E Coach Henderson, per come parla e per i principi che mi espone, sembra uscito da un Master Coach di PNL. Il Coach dà estrema importanza ai rapporti relazionali, non solo con lo staff ma anche e forse soprattutto con i suoi ragazzi. Lui parte dal presupposto di “talk, talk, talk”. Parlare in modo infinito con i suoi giocatori, dedicargli tempo per confrontarsi e capirsi. Coach Mitch Henderson è uno di quelli che pensa alla squadra 24 ore al giorno, tolto il tempo, ovviamente, che dedica alla famiglia. Gli piace un rapporto diretto con il suo staff. Ad inizio stagione, parla a livello individuale, gli dà consegne chiare sulle loro mansioni e responsabilità, una sorta di “lista delle responsabilità” che ognuno deve avere ben chiare, non lasciando equivoci. Per poi riprendere il filo in una riunione generale con tutti, riassumendo in sintesi la particolarità del mettersi tutti insieme sulla stessa linea di pensiero. Ogni giorno hanno quasi sempre riunione ed oltre alla elaborazione del planning di lavoro e degli allenamenti, dedicano tantissimo tempo al recruiting. Il reclutamento è uno degli aspetti fondamentali di Coach Henderson. Ma non solo, anche lo scouting occupa molta parte delle sue giornate. Nel suo lavoro, come vi dicevo, il tempo che dedica ai ragazzi, è infinito.Uno dei messaggi che trasmette ai suoi giocatori, è quello del “non preoccuparti di fare errori, fai l’esperienza che ti senti di fare in quel momento”. Tradotto cosa significa? Che lascia fare quel cavolo che vogliono i giocatori? Assolutamente no, gli dà la possibilità di vivere le esperienze con la serenità di non essere ingabbiato nell’esprimere le sue qualità, con il timore di poter sbagliare. E lo conferma quando allena che, se vede un errore ripetuto per tre volte, significa che in quel momento non c’è concentrazione. Con i giocatori fa spesso anche video individuali. Il momento dell’analisi video, è un momento di crescita, non solo tecnica ma forse molto più importante, di carattere conoscitivo tra due teste, due mondi, due mentalità, spesso agli antipodi, come quelle di un coach e di un giovane giocatore. Sono tante le cose che mi dice il coach, ci vorrebbe una sezione a parte. Ma non si può scrivere tutto, voi capite. Comunque Coach Henderson è un leader, si vede lontano un miglio. E quando lo vedi in campo, ti rafforzi questo pensiero. Mitch per Princeton ha fatto molto. Come giocatore è entrato nella storia dell’Università di Princeton e, non a caso, è tra i migliori di ogni tempo nella storia Universitaria per assist distribuiti e palloni recuperati. Guarda caso fa il coach e lo fa anche bene. Non è un caso! In più sapete con chi ha giocato questo signore? E di chi era compagno di stanza? Beh è uno che abbiamo amato tutti in Italia. E’ uno che non aveva tantissimo talento, non aveva grande altezza, non aveva l’atletismo di un giocatore di colore. Ma aveva altre cose come, determinazione, cuore, altruismo, durezza mentale, attenzione massima sempre. Mason Rocca.

Finito il pranzo, ci avviamo verso la palestra e gli uffici. Sono estremamente grato a Coach Henderson per il tempo che mi ha dedicato, circa due ore di piacevolissima conversazione, con molti aspetti dove ci ritroviamo in pensieri che ci accomunano. Lascio il coach libero, immagino che adesso dovrà recuperare queste due ore di mancato lavoro per il tempo che mi ha dedicato. “See you later Mitch, and thanks again”.
Skye mi viene a prendere in palestra dove mi ero fermato per fare qualche telefonata in Italia, qualche messaggio e leggere la posta. Mi presenta Bryan, l’assistant coach. Bryan è un po’ il braccio operativo di Coach Henderson. Bryan è un ex studente di Princeton, è un ex giocatore di Princeton, Ivy League Player of the Year Award nel 1999, insomma è uno che ha Princeton, come coach Henderson, ha fatto e tanto.
Andiamo in palestra. E’ il vecchio campo di Princeton, quello che ha fatto la storia di questa Università. Se alzi gli occhi sui vessilli che ricordano le gesta sportive della squadra di basket maschile, ci puoi perdere non poco tempo per leggerti tutto. L’impianto ha una capienza ridotta, 1500 anime sedute. Poi ci sono quelli in piedi. Questo campo è quello dove ha giocato Bill Bradley, si quello che è anche stato il “nostro” Bill Bradley, quello del Simmenthal Milano degli anni sessanta. Quello che nel 1964 ha vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo, quello che ha vinto due titoli NBA, quello, tra l’altro, che è entrato nella Hall of Fame. Beh magari non tutti se lo ricorderanno come giocatore, però il nome ritornerà alla mente di tanti come il Senatore americano dal 1979 al 1995. Beh tra le tante, il Senatore Bradley si prese anche una laurea Honoris Causa. Bene, in questa palestra che lo ha visto correre per i suoi quattro anni di college, si disputerà la gara di sabato. Una gara speciale, celebrativa del luogo dove giocheranno. Vi chiedo: vi ricordate a memoria delle nostre esperienze italiane, che si organizza una partita celebrativa del luogo dove un club ha iniziato la sua storia? Potenza comunicativa americana… Conosco uno degli assistenti Brett McConnell. Parliamo un po’ del mio viaggio e mi dice che la prossima estate stanno organizzando per venire in Italia. Mi dice che ama il cibo italiano. Scusa Brett ma come sarebbe possibile non amarlo? Entra in campo un giocatore, biondo e l’assistente me lo presenta. Si chiama Caruso! The italian  connection go ahead…Caruso ha i nonni di origine italiana, dalla Sicilia e da Napoli. Fermiamoci un attimo: dei nostri antenati italiani, ma in quanti sono emigrati in America? Che bello sapere di tanti italiani che ci sono qui, mi sento come se fossi un po’ a casa, in Italia.
Arriva Coach Mitch, si siede con me per dirmi come sarà l’allenamento. Mi dice che tra poco avranno meeting con la squadra ed un po’ di video e mi invita a partecipare anche alla riunione. Thanks a lot Coach, I appreciate. Dopo di che si congeda da me e va a passare la palla ad un suo giocatore. La cosa non è casuale, sicuramente avrà da dirgli qualcosa. Infatti dopo un po’ che gli passa la palla, si fermano a parlare.

Meeting time. Salgo le scale con gli assistenti per raggiungere la sala meeting. Entro, mi appoggio su un tavolino all’ingresso cercando di dare fastidio il meno possibile. Coach Henderson mi presenta. Ringrazio il Coach, lo staff e tutti i ragazzi per permettermi di stare li con loro. La riunione è tenuta nella prima parte da Brett che usa il suo pc per far scorrere le immagini del loro allenamento. Ah dimenticavo, forse non ve l’ho mai detto prima. Qui tutti i giorni, ogni allenamento, viene registrato ed ogni giorno, ovviamente lo staff, si sciroppa tutto il video dell’allenamento per cercare di migliorare il lavoro del giorno dopo e la programmazione del da farsi. Bryan fa vedere delle clip selezionate per tre argomenti che per privacy non posso dire. Il video è esaustivo, chiaro, semplice e dura pochi minuti.
La “cloche” della riunione passa a coach Henderson. Il coach mette in proiezione, gli aspetti salienti di quello che vogliono far vedere ai loro giocatori, per quanto riguarda il prossimo avversario della St. Peter University. Alcuni movimenti di attacco, qualche frames su alcuni giocatori, altri su le scelte in difesa. Tutto molto sintetico. Alla fine il coach da un messaggio chiaro e semplice alla squadra. Finisce la riunione e si torna in palestra.  Oggi è l’allenamento due giorni prima della gara. L’allenamento sarà di gran ritmo ma non esasperato.

Inizia l’allenamento.
Non ci posso credere…Tutti a metà campo, tutti con un pallone, metà guardano ad un canestro, metà all’altro. Cosa si fà? Semplice, fondamentali. Palleggio con c.d.m. su cinerini posti a terra nella corsia centrale e sui gomiti del tiro libero. Soluzioni di tiro.
Divisi su due metà. Due sedie ai tre pts., due file con palla di fronte alle sedie, palleggi con c.d.m. in mezzo alle gambe davanti alla sedia e partenza centrale per finire in lay up; variano soluzioni tiro. Poi c.d.m. semplice con partenza fondo e pull up con step back.
Ancora due sedie oltre i gomiti di T.L., ogni giocatore con palla. I giocatori sono spalle al canestro, poggiano la palla sulla sedia mantenendola comunque nelle mani, la recuperano si girano fronteggiano e partono attaccando il ferro. Ancora due sedie un passo fuori dall’area dei 3 secondi, sempre schiena al canestro, fronteggiano e partono; varie soluzioni di tiro.
Tutti su un canestro. 5 coaches con palla in posizione di play, ala-ala- angolo-angolo. Tutti i giocatori sotto canestro, in fila indiana passano dal primo coach all’ultimo in senso orario o antiorario; il coach simula passaggio alto o passaggio basso, il difensore muove le braccia per ostacolare.
Tutti sotto un canestro, a coppie. 1c1 didattico, attacco zig-zag, difesa con braccia dietro la schiena fino a metà campo, poi passaggio ad uno dei due coach in ala nell’altra metà campo; si gioca dai e vai, la difesa nega passaggio e ricezione, il coach facilità l’intercetto.
Due gruppi: un gruppo, 1c1 centrale all’altezza dei 3 pts, coach al T.L. con cuscino. giocano 1c1 quasi sul posto, il coach chiama “dx o sx”, il difensore salta verso palla chiudendo un lato all’attaccante.
Stesso gruppo: due coaches in guardia, una coppia in angolo attacco difesa dal lato del coach con palla, un coach in post basso. Il coach con palla passa all’altro in guardia, l’attacco sfrutta il cieco per andare post up, il difensore nega.
Stesso gruppo: tre coach di cui due in guardia ed uno in pivot, un esterno in ala. Un coach in guardia con palla lato pivot, va verso il giocatore in ala anche lui lato pivot. Dribble hand off, forbici della difesa. L’attaccante passa all’altro coach e sfrutta il cieco del coach che era in post basso; il difensore segue. Il coach in post basso è salito in post alto e dopo aver bloccato cieco, scende per uno screen down. L’attaccante sfrutta ed il difensore segue.
Altro gruppo: due coach in guardia, un post ed un pivot attacco difesa, un coach in angolo lato pivot. Il coach passa la palla all’altro coach in guardia, il coach in angolo sfrutta il blocco cieco del post basso; il difensore del post basso aiuta sul taglio del coach. La palla torna all’altro coach in guardia che cerca passaggio in post basso. la difesa recupera per non far ricevere ma poi permette l’ingresso della palla. Alla ricezione del post basso, il difensore del post alto fa trap.
Tutti ad un canestro. Due coach in guardia con palla, due file di giocatori negli angoli. Il coach palleggia ed il difensore sale per chiudere e difendere l’arresto e tiro del coach.
Ad un canestro: 4c4 due guardie e due angoli. Dribble hand off tra guardia ed angolo, tra guardia e guardia oppure passaggio tra guardia e guardia. gli spot sono occupati tra: a) tre est. ed 1 int.; b) due est. e due int.; c) tre int. ed un est.; d) tutti esterni. Il coach decide chi mettere in campo. I difensori sul dribble hand off, cambiano per pari ruolo o per quei lunghi designati a poter cambiare; i difensori devono saper riconoscere.
5co transizione a mezzo campo; un lungo già in area, un lungo che arriva da 1/2 campo. Soluzioni.
Tiro a coppie. 1 minuto e 50 secondi di tiro da 3 dello stesso giocatore; si tiene quanti canestri realizzati su tirati. Si utilizza tutto l’arco dei tre punti. Cambio ed altri 210 secondi.
Stesso esercizio. Sempre 1 minuto we 50 secondi, ogni 3 canestri da tre di seguito, si cambia spot. 7 spot da coprire. Cambio ed altri 210 secondi.
55c5. Huddle dello starting con coach Henderson, gli altri con assistenti. Primo quintetto in difesa, difendono gli schemi degli avversari. Finito l’attacco, un campo in transizione.
Difesa press a tutto campo…privacy. Attacco al press + difesa…privacy.
5c5 1/2 campo, giochi attacco. 5 minuti lo stesso attacco contro la stessa difesa. Si contano i punti fatti in relazione ai possessi.
T.L. divisi sui sei canestri. Fine allenamento.

Il coach è ancora in campo per spiegare ad un suo giocatore, alcuni movimenti spalle a canestro. In verità sono dei piccoli ma sostanziali suggerimenti di tecnica e di esperienza che il giocatore cerca subito di mettere in pratica. E gli parla. Poi lo mette a tirare da tre, passandogli la palla. Poi gli parla ancora. Cosa ha fatto di così speciale Coach Mitch Henderson? Nulla? No, tantissimo. Intanto si è dedicato ad un giocatore e gli ha mandato un messaggio forte, come a dire.: “io sono interessato a te, ai tuoi miglioramenti, al tuo accrescimento tecnico. Poi sto anche li con te e ti passo la palla mentre tiri da 3 pts. Piccole cose, piccoli gesti, che si associano ad un verbale che serve a rafforzare il rapporto relazionale. Se quel giocatore migliorerà, non sarà solo per le cose tecniche che gli dice il coach ma anche e soprattutto perché sa che c’è qualcuno che si interessa a lui.
Il coach, finito allenamento, viene a confrontarsi sul mio pensiero dell’allenamento stesso. Gli dico quello che penso e gli chiedo qualcosa che non ho capito. Lo ringrazio, ci salutiamo e ci diamo appuntamento per l’allenamento di domani. Mentre resto lì a scrivermi le ultime cose, passano alla spicciolata i giocatori che vengono a salutarmi e ringraziarmi per aver assistito al loro allenamento.Ma sarà un caso che siamo a Princeton? Vi dico una cosa: questi ragazzi che giocano qui, non ricevono scholarship. Pagano la quota annuale che qui è di 56mila dollari a stagione! Siamo proprio a Princeton.
Skye mi riporta in all’arena principale. Gli chiedo un passaggio alla Junction Station. Mentre andiamo, visto che piove e che devo aspettare un po’ per tornare a casa, decide di accompagnarmi. Grazie Skye, sei stato gentilissimo, ci vediamo domani.
Arrivo a casa di Navin il proprietario dell’Air B&B dove mi trovo. Lui ancora non c’è ma c’è un altro ospite che è un ragazzo indiano di Tyag. Saluti e scambio di convenevoli. Tyag è gentilissimo e mi accompagna per prendermi una pizza. Lui è un funzionario di un gruppo indiano con sede qui a Princeton. Mi racconta che qui è da solo e che tra sei mesi si sposa e la ragazza si trasferirà qui. Lui ha un permesso di soggiorno di sei anni ma punta ad avere la green card, cosa assolutamente non facile. Il locale dove andiamo a prendere la pizza, è gestito da sud americani del Guatemala. Inizio a parlare con uno di questi in spagnolo. Tyag ne rimane sorpreso. Torniamo a casa e lo ringrazio ancora dell cortesia. Entrando c’è anche il padrone di casa, Ci salutiamo e mi chiede se è tutto ok, se ho bisogno di qualcosa. No grazie, Navin è tutto ok.
Ci vediamo domani, buona notte.

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