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Day #17 – New Jersey: Princeton University

novembre 28, 2015

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Questa mattina splende un sole fantastico, ci sono 11 gradi. L’allenamento è dalle 14:00 alle 15:30 ma andrò al campus molto prima, ho un appuntamento con il Director of Athletics. Questa mattina solita colazione a casa di Navin, il proprietario del mio Air B&B. La casa è molto spaziosa, tre piani di una villa con piscina, immersa in uno splendido parco. Per la colazione potresti farti del male se decidi di mangiare quello che c’è nella cucina. Opto per un salutare te e tre fette di pane integrale tostato, spalmato di miele. Lo standard della mia colazione. Alla fine ci metto una mug di caffè. L’effetto del caffè solubile è immediato. Perfetto :-) .
Tyag il ragazzo indiano, uno degli altri ragazzi che vivono nella casa, come d’accordo mi da un passaggio in downtown. Mi faccio due passi per raggiungere la city center.
Passo davanti al Rockefeller College che è uno spettacolo di costruzione, lo vedete in foto. Mi fermo da Starbucks per prendere uno small cappuccino. Tavoli a sedere sia all’ingresso che nella sala alla fine del bar. Praticamente tutto pieno. Mi siedo ad un tavolo con una dolce donzella di origine asiatica, cinese o giapponese presumo, alla quale chiedo se posso accomodarmi con lei. Ovviamente estasiata dal fascino latino dell’italiano medio 😊, mi tira fuori un sorriso a 32 denti invitandomi ad accomodarmi. Inizio a scrivere quello che state leggendo in attesa di andare alla Princeton University. In Italia mi dicono ci sia qualche rumors di lega Gold, vediamo se esce qualcosa. Sono sincero. Da una parte spero mi arrivi una chiamata perché il mio lavoro è fare l’allenatore, dall’altra spero di completare il mio College Tour e non perdermi nulla di quello programmato. Ci sono ancora Villanova, Georgetown, Maryland, George Washington, Duke, Davidson, Texas A&M ed i San Antonio Spurs. Non male direi, o no? Sarebbe un peccato perdere qualcosa di queste potenziali interessantissime esperienze. Vediamo come andrà.

È ora di avviarmi alla palestra, ho appuntamento con Skye al palazzo, dove sono i loro uffici; da li raggiungeremo il Dillon Gymnasium dove si giocherà la partita di sabato sera. Entro da uno dei cancelli di ingresso dell’Università di Princeton dalla parte della city center. Il GPS mi dice che dovrò percorrere circa 14 minuti a piedi. Questo non tanto per dirvi quanto ho camminato ma quanto per darvi idea dell’estensione dell’Università. Tenete presente che il giorno prima ero passato dal lato opposto, cioè dal terminal dello shuttle train. Più o meno i tempi di percorrenza e della distanza, erano gli stessi.
Mentre attraverso le stradine asfaltate e lastricate come dalle veritiere indicazioni del mio GPS, mi guardo in giro, cercando di scattare delle fotografie con i miei occhi, con la velocità delle attuali reflex, tali da memorizzarle nella scheda cerebrale. È un susseguirsi tra il vecchio-antico ed il giovane-moderno. Una mescolanza di strutture che, messe in qualsiasi altro contesto, cozzerebbero e non di poco per poter convivere con tale diseguaglianza. Invece nessuna nota stonata, una sintonia di forme e colori, come fossero gli strumenti degli orchestrali, disposti all’interno della Music Hall di Berlino. Certo è che questa sorta di assemblaggio architettonico-edilizio, è notevolmente aiutato dalla presenza di distese di tappeti verdi al suolo, regalo della natura e della cura di chi se ne occupa. Ma anche delle piante, alcune secolari, che sembrano tante sentinelle che vigilano attente su quanto le circonda. Mentre cammini fai fatica a ricordarti chi ti saluta. No, non pensate che già mi conoscono perché sono lo straniero di turno a casa loro. No , assolutamente. È che fa parte della loro cultura. Minimo un sorriso, se non sempre un breve “hi”, per passare al più lungo “how are you doing”. È nell’essenza della loro cultura, del loro essere americani, del loro salutarti e sorriderti. I primissimi tempi che venivo in America, parlo di 25 anni fa, quindi quasi trentenne, i sorrisi delle signore a me sconosciute ed il loro “hi”, lo avevo scioccamente confuso con “cavolo, questa mi vuole rimorchiare…”. Beh capite anche che, all’epoca, i miei ormoni giravano molto più freneticamente di quello che girano adesso. Girano sempre, per fortuna, ma la loro velocità oggi è quella della persona matura e brizzolata. Continuando i miei passi tra una piacevole visione di insieme e qualche saluto, arrivo al palazzo. Chiamo Skye che mi raggiunge. Mi dice che nel giro di mezza ora, ci trasferiamo all’altra palestra per l’allenamento. Nell’attesa non perdo tempo e prendo altri appunti. Mi guardo intorno cercando di capire con gli occhi e dare un senso a quello che vedo intorno a me. La statua della tigre nel mezzo della hall di ingresso, recita sicuramente un ruolo centrale. È l’attrice principale del cast di questo magnifico film che sto vedendo dalla giornata di ieri. Ha un’aria fiera, decisa, risoluta. Sta li immobile, seduta, vigile a quello che osserva intorno a se. Sembra essere in una posa di attesa, rilassata, a riposarsi per quanto le servirà, prima di rimettersi in marcia. Ha una posizione sontuosa, dalle linee morbide, avvolgenti. Non ci sono dubbi, è lei l’attrice principale. Ma non solo la tigre. Mi colpisce molto una frase sulla sommità di un muro che avevo visto anche nella Dillon Gymnasium. La frase posta al lato sinistro del viso della tigre, recita: “Education Trough Athletics”! Beh direi niente male come messaggio per chi entra a far parte di questa comunità, che sia per studiare o per far parte dello staff od essere un semplice dipendente di questa Università. Il messaggio va bene per chiunque. Tante le immagini. La maglia di Bradley, vincitore del premio Sullivan del 1965, i vessilli sospesi al soffitto che ti fanno un riassunto sintetico dello storico sportivo baskettaro di questa università, quasi un Bignami appeso al soffitto. E sempre, sempre e comunque, la loro bandiera a stelle e strisce.

Ci siamo. Skye lo vedo apparire con quattro borsoni della Nike, ci sarà molto di quello che gli servirà da portare alla piccola Dillon Gymnasium. Mi presto per aiutarlo e quasi non vorrebbe che lo aiutassi. Devo dargli l’idea di essere un po’ anziano, sarà anche per il mio brizzolato…Lo aiuto con piacere a caricare due borsoni sulla sua auto. Percorriamo non moltissima strada ed arriviamo al punto di ingresso vicino alla palestra. Veniamo fermati dalla sicurezza. Le disposizioni sono quelle di negare l’accesso a chi non ne ha diritto. Mi piace come pensiero di massima, tutelare l’ambIente all’interno dell’Università , cercando di evitare che diventi una sorta di “struscio” delle auto, come le persone sulla 5th Avenue alle prime ore del crepuscolo giornaliero. Però a tutto c’è un limite. E qui Skye sfoggia tutta la sua educazione e faccia tosta. Gli dice che ha il materiale per fare l’allenamento ed altro a riguardo. Il ragazzo al “check point” non sembra che gli interessiamo …poi alla fine ci fa entrare. Gli dico: “scusa Skye ma perché non fate mandare dalla vostra direzione, un fax al responsabile della sicurezza sul fatto che vi lascino libero accesso”? Skye è d’accordo con me ma tanto si tratta solamente di questa partita celebrativa, poi si starà sempre al palazzo grande.
Appena scendo ed entro in palestra, la visione è di quelle che ti lasciano perplesso, a dir poco è un cantiere aperto che deve ancora definirsi nel suo complesso. Tra sedie appoggiate un po’ ovunque, due tribunette sul lato lungo sia fronte che dietro le panchine che sono in fase di allestimento, rotor pubblicitari sistemati davanti alle panchine, operai che portano dentro di tutto e di più, come fossero ai mercati generali alle cinque del mattino, a scaricare i camion dalle vettovaglie che trasportano. Tra l’altro il rumore di qualche martello che picchia su strutture metalliche, il vociare di operai che, ahimè, non hanno percezione che tra un po’ l’ambiente dovrà diventare come una chiesa nel momento della consacrazione. In più, quasi a cadenza costante, il crepitio di un avvitatore sui bulloni, rafforza questo ambiente cantieristico del Gymnasium.
Nel mentre di questo continuo brusio e discreto rumore di entrare ed uscire dei vari operai, arrivano un po’ tutti tra staff e giocatori. Arriva anche Mitch, il Coach che dicendo mezza parola, vede tutti i suoi ragazzi sprintare verso la sala riunioni. Mitch mi fa un cenno anche a me ed io mi accodo.

Analisi della squadra Saint Peter’s University. Ci sono tanti spunti interessanti. Non citerò ovviamente gli aspetti tecnico tattici, ci mancherebbe; ma alcuni passaggi sono estremamente interessanti. Il prologo è dedicato al come vestirsi. Gli ricorda che hanno uno sponsor tecnico, Nike, che devono indossare solamente il materiale con il brand dell’azienda. Gli dice “siete visibili, quindi fate attenzione”.
Poi passa all’analisi tecnica. Dà dei riferimenti precisi per quello che debbono essere le scelte difensive, in relazione alle qualità individuali degli avversari. Mentre parla si aiuta con la gestualità di chi, non è solo l’allenatore ma è anche l’ex giocatore di buon livello che sa anche dimostrare. In più su una lavagna che occupa una parete, ha disegnato situazioni, nomi, scelte, ecc. ecc.. Gli ricorda il concetto del “parlare, sempre, da subito”. Ancora cose tecniche molto interessanti nei particolari. Si passa alla tattica, scelte chiare, per tutti. Se fossi un neofita capirei per come spiega chiaramente, figuriamoci i ragazzi.
Si passa al video. La prima immagine che mette è sempre uno scritto per entrare nell’argomento. Coach Mitch sa benissimo che la comunicazione viaggia su tre canali ben precisi, lui non si dimentica di ometterne nessuno, li usa esattamente tutti e tre. E se li usi, difficile che chi ti ascolta e vede, non capisca. Ancora dettagli, piccoli flash di messaggi che ti arrivano dentro. A volte parla diretto con qualche singolo per ricordargli che quella situazione specifica lo riguarda. La riunione scorre veloce, il proscenio è solo del Coach e dei suoi ragazzi. Lo staff vigila silenzioso su quello che dice il coach e sull’attenzione dei ragazzi. Uno degli assistenti rinforza un passaggio della riunione, lo enfatizza aggiungendo la sua riflessione. Ancora qualche frame, poi Mitch chiude il pc, stacca il filo di connessione allo schermo, si dirige verso la lavagna sul muro. Riprende ancora qualche situazione di quanto aveva scritto, ancora qualche messaggio motivazionale e si va per andare in campo. Aspetto che escono tutti i ragazzi, mi accodo mentre il coach si ferma ancora per qualche breve chiacchiera con uno dei suoi ragazzi. In palestra continua il via vai degli operai ed addetti all’allestimento. Si percepisce questa aria quasi di festa, celebrativa per l’appunto, alla quale tutti stanno dedicando energie ed attenzioni, al fine che tutto sia nel modo dovuto. Si affaccia in palestra anche la Director of Athletics. Vede un po’ di allenamento ma più che altro, con occhio lungo ed attento, scruta silenziosamente quanto è in opera per l’allestimento.

La musica inizia a suonare, il solito rap che piace ai ragazzi. Vi faccio una confessione. La prima volta che ho visto una parte di allenamento qui nei college, non mi riferisco a Princeton ma in generale, l’uso della musica mi ha lasciato un po’ perplesso e quasi mi infastidiva. Come tutto le cose, se non sei abituato, ti danno fastidio. Poi man mano che le cose nuove, entrano nella tua persona come una consuetudine, non percepisci più quel fastidio iniziale, quasi non te ne accorgi. È così, come è la nostra mente, le abitudini le acquisisci. Faccio sempre questo esempio. I bambini, quando iniziano a parlare, nessuno gli ha insegnato a parlare l’italiano o l’americano. Non vanno a frequentare una scuola che gli permette di dire mamma o mom, papà o dad, oppure brevi frasi di senso compiuto. Ogni giorno assorbono come delle spugne, tutto quello che sentono e vedono, associando al suono, alla visione ed ai gesti, il termine che gli si abbina. Ebbene prima di andare al primo anno delle elementari, sanno parlare facilmente per quello che debbono essere le cose di quella età. Tutto questo per dirvi cosa? Che anche quello che può sembrare un fastidio a me, lo è tale solo per mancanza di abitudine ed educazione a recepirlo.

Inizia l’allenamento con un 5c0. I giocatori sono disposti intorno l’area dei tre secondi, il coach con palla la butta sul tabellone. Rimbalzo e si sprinta per andare in transizione, senza chiamata. Sviluppata la transizione, ritorno sempre 5c0 sviluppando un gioco della uomo. Successivamente stesso lavoro, con chiamata anche alla prima transizione. Cosa c’è di particolare che devo trasmettere ai vostri occhi mentre leggete? Che tutto viene fatto con spaziature e timing che sembrano che stiano eseguendo sempre uno schema pre-definito. A volte è così ma spesso sono le letture che fanno simulando le scelte della difesa avversaria. Bellissimo vederli questi ragazzi, un piacere, una vera goduria cestistica. L’altra cosa che voglio trasmettervi è che Coach mitch è sicuramente “demanding” ma anche una persona che non va mai fuori dai gangheri e che ha toni e modi sempre di grande equilibrio ed educazione.
Negli esercizi successivi, si riprende il filo di ieri. Da situazioni di 1c1, 2c2, lavorano sui giochi spezzati per quello che troveranno domani in campo. Un segmentare lo schema avversario, cercando di esercitare difensivamente i giocatori sulla situazione chiave o più pericolosa all’interno di quello schema degli avversari.
Si passa al 5c5 sui giochi più usati e pericolosi e, guarda caso, si ritrovano proprio quelle situazioni chiave che avevano visto prima nello “spezzettato”, quando erano divisi sui due canestri. In questo 5c5 dove per 5 minuti difende sempre il quintetto titolare, ci si allena sui target che Mitch aveva dato nella riunione poco prima.
Acqua.
5c0: quattro contropiedi, un paio di volte a quintetto. Tenete presente che ha sedici giocatori che si allenano, quindi fanno a tre quintetti.
Ancora a 1/2 campo, difende il quintetto su un tipo di loro zona.
Da 1/2 campo, 5c0 transizione, ritorno giochi.
5c5 adesso quintetto starting in attacco, lavorano su un tipo di di difesa.
Divisi sui due canestri per ruoli.
Lunghi. Tutti sotto canestro, passano al coach sui tre pts, vanno in flash-pivot e giocano 1c0 con penetrazione centrale contro un coach in area che gli dà delle randellate sulle braccia, con una sorta di guantone spugnoso che copre tutto il braccio del coach stesso. I giocatori si abituano a portare su la palla anche con l’intervento falloso del coach, per crcare di fare comunque canestro e fallo.
Stesso lavoro con baby hook, stesso lavoro con face up palleggio e step back.
Coach sul lato opposto. Fila in post basso lato opposto al coach. Il primo con palla passa al coach che gli rimanda un passaggio halley hoop e coach che entra da sotto sule braccia.

Stesso, il giocatore dopo aver passato al coach, taglia sotto canestro per ricevere sul lato opposto un passo fuori dal perimetro area. Catch and shot, poi con un palleggio di ingresso sul centro e pull up.
Ancora 5c0, ancora soluzioni di transizione.
T.L.. Divisi su due canestri, tirano per 10 minuti in sequenza con due tiri liberi a testa. Dopo 5 minuti cambiano canestro. Un manager (qui si chiama cosi uno studente e svolge varie mansioni tra cui il cronometro, oppure l’asciugare il campo, oppure portare l’acqua o gli asciugamani), quello che sarebbe un nostro terzo assistente, tiene sul crOnometro i tiri tirati e quelli realizzati di tutte e due le squadre, in comune. Alla fine dei 10 minuti, la percentuale deve essere da 80% in su. Se non si raggiunge, si corre.
Finisce l’allenamento ed anche oggi me ne vado soddisfatto. Ho potuto vedere una metodologia di lavoro, dal meeting all’allenamento, di sicuro interesse che mi farà riflettere sulle tante cose che ho fatto fino ad oggi nel modo che ritenevo congeniale. Il confronto, il vedere, il parlare con altri coach, ti arricchisce. In questi giorni mi sento spesso con Matteo che, per suo piacere e scelta, ha iniziato il suo percorso da istruttore di settore giovanile. Quello che gli dico sempre è che non è sufficiente solo l’allenare o meglio, il far fare attività motoria al suo gruppo con l’uso della palla da basket. C’è bisogno del confronto, dell’andare a vedere altri istruttori, magari di quelli storici che ne sanno ed ai quali puoi “rubare” l’arte dell’essere artigiani, dei quali sono maestri. Serve il sentire, vedere, chi fa le stesse tue cose ma le fa con la sua prospettiva, visione, cultura, metodologia. Non è mai tempo perso. E se decidi di fare una cosa, o la decidi di fare bene, oppure lascia perdere. Mentre scrivo questo passaggio, mi torna alla mente quando vado a fare qualche workshop per aziende private o gruppi bancari. Uno dei passaggi che quasi sempre cito, è: “ci sono quattro scale del modo di lavorare. C’è chi non lavora (e non lo consideriamo), chi lavora male (e neanche questo viene considerato), chi lavora (fa il suo, non dico che timbra il cartellino ma non fa neanche niente di più di quello che potrebbe fare), chi lavora bene”. Ecco, io mi fermo su questo ultimo, per me gli altri neanche li considero. Certo a chi lavora non puoi dire nulla, forse. Ma in un lavoro di equipe, devi essere anche propositivo, devi portare delle idee, un “value add” come dicono gli americani, un valore aggiunto che ti permettaè p di incrementare la qualità lavorativa quotidiana, tua e di tutti.

Mi fermo a parlare un po’ con Bryan, l’assistente di Mitch. Gli chiedo se sa di qualche linea di bus da Princeton per andare a Villanova. Mi dice che non gli risulta. Controlla sul suo smartphone e mi conferma che devo prendere il treno. Ma non c’è un treno diretto. Devo fare scalo a Philadelphia e poi da lì andare a Villanova. Allora gli chiedo di un’agenzia di viaggi. E sempre con il suo smartphone mi dá l’indirizzo, che è proprio alla city center. Saluto e mi avvio, il mio cellulare mi dice chE tra meno di un’ora chiuderà. Entro nell’agenzia che tutto sembra meno che un’agenzia. Alla mia domanda di bus ed orari mi guardano perplesso. Che avessi sbagliato agenzia? No no, è proprio quella. Alla fine in un palleggiamento dei migliori italiani, mi mandano da un ragazzo che è dietro una vetrata; lui ha funzioni anche come punto di vendita e cambio valute. Con molta cortesia mi stampa due tre fogli degli orari. L’incastro non è dei migliori per l’orario del mio arrivo a Villanova. Debbo essere a Villanova per le 11.30 orario dello shot around. Poi dopo allenamento, coach Jay Wright mi ha inviato al pranzo con la squadra. E la sera c’è la partita. Per essere lì alle 11.30, devo partire verso le 8-8.30. Considerato che prima dovrò posare i bagagli nell’appartamento, devo prendermi un po’ di margine di sicurezza, non voglio minimamente rischiare di non arrivare in tempo.
Esco dall’agenzia e mi faccio un giro per Princeton. Devo dirvi che non è stato molto piacevole a causa della temperatura estremamente rigida. Faccio un giro anche per comprarmi qualcosa per cena. E cosa ti trovo? “Market D’Angelo Italian food”. Dopo una lunga chiacchierata telefonica con l’Italia, entro più per curiosità che non altro. Beh negli scaffali non manca certo pasta ed olio. Qualche passata di pomodoro anche, soprattutto diversi frigoriferi congelatori con ravioli, lasagna ed altre tipici tipi di pasta, tutti congelati. I prezzi non mostrano vergogna ma d’altronde non potrebbe essere diversamente per prodotti importati e soprattutto con brand italiani. Esco e decido di chiamare Tyag, uno dei ragazzi che sono nell’Air B&B. Gli chiedo come è messo al lavoro e se possiamo vederci alla Junction Station, dove mi aveva lasciato la mattina. Mi chiede dove sono e mi dice “passo a prenderti lì”. Tyag che ti dico? Grazie.
Dopo un pò che lo aspetto davanti alla Public Library, decido di entrare e prendermi un po’ del tepore che c’è all’interno. Tra l’altro il cellulare mi stava singhiozzando dall’arsura dell’essere esaurito di carica e, quindi, ne approfitto per ridargli energia e vita.
Faccio qualche telefonata, mando qualche messaggio, Arriva Tyag.

Usciamo dal labirinto del city center grazie all’aiuto del GPS del telefono di Tyag. Princeton, seppur una piccola città, a traffico non scherza mica. Mah, forse sarà anche l’effetto del venerdì sera e del week end che è già iniziato. Oppure ci sono in giro già i primi finanziatori dei negozi in vista dei regali natalizi. Ormai le strade ed i negozi, hanno assunto per molti aspetti, quei colori, suoni, luccichii con vari toni, tipici del Christmas Time. Fuori dal reticolato cittadino, siamo sull’High Way 1, direzione nord. Facciamo molta più strada di quella fatta stamattina ma siamo costretti a stare su quello che ci dice co-pilota GPS. Mentre andiamo gli dico se possiamo passare a prendere qualcosa da mangiare. Tyag è sempre gentilissimo ed ovviamente mi porta a prendere qualcosa. Facciamo due tappe un due supermarket. Uno indiano, l’altro asiatico. Non c’è quello che mi convince, vorrei prendere un insalata preconfezionata ma non ce l’hanno. Usciamo e dirigiamo sulla pizzeria poco a fianco. Ordiniamo. Tyag prende una slice di pizza con i funghi. Io mi prende una rucola e pomodorini, senza mozzarella. Mentre sto ordinando, il proprietario della pizzeria mi vede in difficoltà ed inizia a parlarmi in italiano. Visto che fa il pizzaiolo, indovinate di dove è? Beh non poteva essere altrimenti, è napoletano, trasferito qui a Princeton, come dice lui, da troppo tempo, venti anni fa…Take away e torniamo verso casa. Arrivati a casa, si capisce che non è come la sera precedente. Troppe macchine nel parcheggio, una confusione di musica che trasuda dalla casa del proprietario. C’è un party. Appena entro, vedo la signora Ping, la proprietaria. La saluto, ci eravamo scambiati dei messaggi, la ringrazio per tutte le indicazioni che mi ha dato e per la gentilezza che ha. Mi dice se voglio andare di là da loro che lei ha cucinato. La ringrazio ma ormai ho la mia pizza rucola e pomodorini che mi aspetta. Saluto e ringrazio anche Tyag. Mi chiudo in camera. Mi metto a scrivere tra un morso e l’altro della mia pizza. Il tempo passa, anche per gli occhi che se ne sono accorti e si lamentano per essere chiusi.
Ci vediamo domani, buona notte.

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